giovedì 3 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°169 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°169 – Settembre 2026.
"Il giorno in cui anche le parole fanno fatica".

Se mi chiedi come sto, la risposta più semplice sarebbe: «Sto bene».
È quella piccola bugia che spesso raccontiamo agli altri per non costringerli a preoccuparsi.
Una bugia gentile, quasi educata.
Ma la verità è un'altra.
Non sto bene.
In questi giorni ho fatto la TAC.
Domani, venerdì, andrò a ritirare il referto.
E già questa parola, referto, sembra innocua. Una parola da ufficio, da pratica amministrativa.
Come se dentro quelle poche pagine non potessero esserci paure, speranze, notti insonni e domande alle quali nessuno sa ancora rispondere.
Il corpo, intanto, non aspetta il referto.
I dolori sono sempre più presenti.
La stanchezza è diventata una compagna quotidiana.
Lo stato fisico è pietoso.
Sono a pezzi.
E quando il corpo comincia a presentarti il conto, scopri quanto siamo fragili.
Ci crediamo forti, invincibili, padroni del nostro tempo. 
Poi basta un dolore, una diagnosi, una TAC e improvvisamente tutto cambia prospettiva.
Il futuro, che fino a ieri sembrava una strada lunga, diventa una porta davanti alla quale aspetti che qualcuno venga ad aprire.
Sabato avrò la visita specialistica.
Credo che questa volta potrebbe essere necessario il ricovero.
E qui, lo ammetto, anche la mia proverbiale voglia di scherzare comincia a perdere colpi.
Perché puoi ironizzare sulla sanità, sulle liste d'attesa, sulla burocrazia, sulle infinite telefonate, sui "richiami domani", sui "vediamo", sui "bisogna aspettare".
Puoi scherzare su tutto.
Ma quando sei tu quello che aspetta, l'attesa cambia faccia.
Non è più una parola.
È una stanza.
È una notte.
È un dolore.
È tua moglie che ti guarda e cerca di capire dal tuo viso quello che tu non riesci a dire.
È tuo figlio che ti sta vicino e magari non trova le parole giuste, perché certe parole non esistono.
E allora voglio dire grazie a loro.
A mia moglie.
A mio figlio.
Perché in questa parte difficile del viaggio non mi hanno lasciato solo.
Ci sono presenze che non hanno bisogno di grandi discorsi.
Basta esserci.
E loro ci sono.
Io, invece, oggi faccio fatica persino a raccontarmi.
Sono stanco.
Sono preoccupato.
Ho paura.
E sì, sono a pezzi.
Ma forse essere a pezzi non significa essere finiti.
Forse significa soltanto che, qualche volta, la vita ci costringe a raccogliere i nostri pezzi uno alla volta e a provare a rimetterli insieme.
Domani ci sarà quel referto.
Sabato ci sarà la visita.
Poi vedremo.
Per una volta non voglio fare previsioni.
Non voglio anticipare il dolore.
Non voglio vivere oggi quello che forse accadrà domani.
Voglio soltanto attraversare questa giornata.
Una giornata alla volta.
Perché alla fine ho capito una cosa semplice, che forse avrei dovuto capire molto prima,
la vita non ci chiede di essere invincibili. 
Ci chiede di continuare a esserci, anche quando siamo fragili.
E forse la vera forza non è quella di dire "non ho paura".
La vera forza è guardare la paura negli occhi e dirle, "Ti vedo. Ho paura anch'io. Ma per oggi, almeno per oggi, cammino ancora."
Il resto lo affronteremo domani.
O forse dopodomani.
Come sempre, un passo alla volta.

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