martedì 30 giugno 2026

📝 Diario di bordo n°160 – Giugno 2026

📝 Diario di bordo n°160 – Giugno 2026
Cinque mesi, cinquanta euro e un piatto di tortiglioni.

Buongiorno.
Ci sono attese che sembrano preparare un grande evento. 
Poi scopri che stavano semplicemente preparando una cartella clinica.
Questa mattina, dopo quasi cinque mesi di pazienza, sono finalmente pronte le cartelle degli ultimi due ricoveri presso la clinica Carlo Fiorino. 
Cinque mesi. 
Il tempo necessario per far nascere una capra, ma anche per farti dimenticare buona parte di ciò che c'era scritto dentro quelle carte.
Di buon'ora faccio colazione e parto con mia moglie per il ritiro. 
La meta è il rione Tamburi, il quartiere dove sono nato e che continuo a chiamare, con affetto e sarcasmo, "il Califfato dei Tamburi", quel luogo dove il concetto di regola è un'opinione e dove, spesso, sembra che il caos abbia ottenuto la residenza anagrafica.
Il caldo è feroce. 
Non ti accompagna, ti aggredisce. 
Ti entra nei polmoni così come il "polverino" e ti ricorda che giugno, ormai, assomiglia sempre più ad agosto.
Arriviamo in clinica. 
Fila allo sportello. 
Venti minuti di attesa, grondando sudore come se stessi pagando una tassa anche con i liquidi del corpo.
Finalmente arriva il mio turno.
«Sono qui per ritirare le cartelle cliniche.»
L'impiegato mi guarda con un sorriso quasi paterno e mi dice, «No... deve andare allo sportello in fondo a sinistra. Quello è libero.»
In quel momento ho avuto la netta sensazione che la burocrazia italiana non sia un servizio. 
È uno sport estremo. 
Una disciplina olimpica nella quale il cittadino parte sempre con qualche metro di svantaggio.
Raggiungo lo sportello giusto. 
Nessuna fila. Ritiro le cartelle. 
Missione compiuta.
Poi arriva la seconda sorpresa.
Quelle due cartelle, dopo cinque mesi, mi servono ormai a ben poco. 
Nel frattempo visite, controlli, esami e terapie hanno già raccontato la mia storia molto meglio di quei fogli. 
Però una cosa continuano a raccontarla benissimo, il costo.
Cinque mesi di attesa. Cinquanta euro. 
Dieci euro al mese di stagionatura.
A quel punto ho deciso che era necessario un gesto rivoluzionario.
Sono tornato a casa e mi sono rifugiato dove lo Stato non riesce ancora a complicare la vita, ai fornelli.
Pomodorini freschi, fiori di zucchina e tortiglioni. 
Un piccolo capolavoro domestico. 
Perché la cucina ha una virtù che la politica spesso dimentica, con pochi ingredienti sinceri riesce ancora a creare felicità.
E mentre il pomodoro sobbolliva, pensavo che domani sarà il mio compleanno.
Un altro anno si aggiunge alla mia storia. 
Dopo tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi, non considero più il compleanno soltanto una ricorrenza. 
È un privilegio. 
È un traguardo conquistato un giorno alla volta.
Gli auguri fanno piacere, certo. 
Ma ancora di più fa piacere sapere che, nonostante le malattie, le attese, la burocrazia e le assurdità quotidiane, c'è ancora qualcosa che nessuno riesce a mettere in coda, la voglia di vivere, di sorridere e di voler bene.
E forse è proprio questa la piccola grande rivoluzione dei nostri tempi.
Continuare a restare umani in un mondo che troppo spesso ci tratta come un numero di protocollo.
Vi voglio bene.

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