“Manifesto notturno della Repubblica Gastrointestinale”.
Sono le 02:30. L’ora in cui il mondo dorme, Dio fa il turno di notte e il corpo umano decide di parlare in dialetto intestinale.
La stanza è immersa in quel silenzio finto degli ospedali, quello che non è mai davvero silenzio, c’è il bip lontano di qualche monitor, il passo ovattato di un’infermiera che cammina come un ninja sanitario, e soprattutto… l’orchestra a fiato del reparto.
Scorregge.
Flatulenze.
Arie.
Sinfonie.
Un concerto che neanche alla Scala, ma senza biglietto e con meno applausi.
Il camerata dirimpettaio ronfa con una convinzione ideologica degna di un comizio di partito.
Ogni tanto fa una pausa, come per prendere fiato, poi riparte con la seconda mozione congressuale in tonalità grave.
E in mezzo, come una risposta parlamentare non richiesta, parte una scorreggia.
Dialogo tra apparato respiratorio e apparato gastroenterico.
Un dibattito pluralista.
Le luci sono spente, restano accese solo quelle dei corridoi, quel chiarore da film di fantascienza povero, dove ti aspetti che da un momento all’altro esca un medico in camice con l’aria da Darth Vader della sanità pubblica.
Le infermiere e le OSS, forse, stanno schiacciando un pisolino.
Dico forse, perché in realtà in clinica nessuno dorme davvero, si fa finta, come in politica quando si dice “ci stiamo lavorando”.
Io invece chatto con mio figlio. Anche lui sveglio.
E lì ti rendi conto che la notte non è solo buio, è un tempo sospeso, dove padre e figlio si incontrano in una bolla di messaggi, come due astronauti che si scambiano segnali da orbite diverse.
E ti dici, guarda un po’, la tecnologia ci rende più vicini anche quando siamo distanti.
Altro che filosofia, questa è telematica dell’anima.
Poi penso: “Vabbè, riproviamo a dormire”.
Qui mica è casa mia, dove posso fare sciopero del risveglio e proclamare l’occupazione del cuscino fino a mezzogiorno.
No.
Qui alle 6 scatta l’alza bandiera, il cambio turno, il rituale sacro della flebo mattutina.
E guai a non essere operativo, l’infermiera-sergente maggiore ti rovescia addosso l’ultima fisiologica come fosse un gavettone di disciplina militare.
Altro che dolce risveglio, è l’addestramento NATO del paziente oncologico.
E mentre cerco il sonno, penso che questa stanza è una piccola Italia, uno russa, uno scorreggia, uno chatta, qualcuno lavora, qualcuno dorme in piedi, qualcuno finge.
Un microcosmo dove la vita continua, anche nelle sue manifestazioni più… rumorose.
E allora mi viene da sorridere.
Perché finché c’è una scorreggia, c’è speranza.
Finché c’è un figlio che risponde su WhatsApp alle due e mezza di notte, c’è futuro.
Finché c’è un’infermiera che ti sveglia, significa che sei ancora qui a rompere le scatole al mondo.
La notte passa.
Il reparto respira.
Io pure.
E domani, alle sei, si alza la bandiera.
E noi, patrioti della sopravvivenza, saremo lì, sull’attenti, con la flebo in mano e la dignità in tasca.
Buonanotte, se ci riesco.
E buona vita, anche se fa rumore.
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