“La zingarata del brodino e altre liturgie ospedaliere”.
Qui in clinica la vita non si misura in ore, ma in riti sacri e profani, colazione, cambio turno, visita parenti, pranzo, flebo, cena, flebo bis, e poi la grande notte con il concerto dei carrelli, dei sospiri e delle porte che sbattono come comparse in un film neorealista.
Tra una puntura e un “buongiorno caro”, si ascoltano i dialoghi del personale.
Un teatro umano degno di Amici miei, versione reparto urologia.
Infermieri che commentano la vita, OSS che filosofeggiano sulla pasta scotta, barellieri che sanno più storie di un archivio comunale.
Altro che Netflix, qui la serie è in diretta e senza pubblicità.
Io, seduto al tavolo, attendo il pranzo di un mercoledì qualunque.
Ma non è un mercoledì qualunque, è un mercoledì di un paziente oncologico che spera, che contratta con l’universo, che fa patti con il destino come un giocatore di briscola metafisica.
E nel frattempo leggo i vostri messaggi.
Vi confesso una cosa, con tono da Mascetti in versione sentimentale, voi siete la mia terapia sperimentale più potente.
Altro che molecole di ultima generazione, una parola buona, una battuta, un “ti siamo vicini” ti rimette in piedi più di una flebo di entusiasmo concentrato.
Ora ho un po’ di fame.
E soprattutto ho una curiosità scientifica degna del CERN, oggi cosa mi rifileranno?
Brodino esistenzialista?
Pasta con sugo che strizza l’occhio?
Mistero proteico non identificato?
Qui ogni pranzo è una zingarata gastronomica, un salto nel buio con la forchetta.
Eppure, in questa routine un po’ comica e un po’ tragica, mi accorgo di una cosa strana,
la vita non si ferma, si riduce all’essenziale.
Un piatto, una parola, una risata in corridoio, un messaggio sul telefono diventano eventi cosmici.
Forse la vera zingarata della vita è questa:
quando tutto si restringe, ti accorgi finalmente di quanto è grande quello che resta.
Nessun commento:
Posta un commento