venerdì 28 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°58 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°58 – Novembre 2025
“Operato, intontito e immobile: ovvero l’epopea tragicomica del signor P.”

Ore 12.50
Arriva la barella.
L’inserviente entra, sguardo da comandante dell’FBI e voce che non ammette repliche:
— “Chi è Pugliese? Deve venire con noi.”
E niente, la parola “venire con noi” mi suona sempre come un prequel di qualche interrogatorio notturno nel retro di un commissariato di Caracas.
Ma tant’è: è il mio turno.
Si scivola verso la sala operatoria.
Appena varco la soglia… oh, magia: mi conoscono tutti. 
Pare quasi che io sia diventato il cliente affezionato della settimana.
Si scherza, ci si saluta, un paio di battutine, e io, ansioso come un tacchino a Natale, ricordo a tutti che, prima dell’epidurale, devono gentilmente “stordirmi” per bene.
La mia richiesta è semplice: essere felicemente imbambolato come un cartone animato anni ’70.
Mi informo su chi sarà il mio pusher ufficiale.
E con la grazia di un personaggio di Fantozzi compare l’anestesista della scorsa volta:
sguardo burbero, collo taurino, sorriso zero.
Mi fissa e esclama:
— “Ancora qui stai?”
Io, con la prontezza di chi ha già capito la lezione:
— “Eh professò… la vostra roba è buona. Non potevo non tornare.”
E via, risata fragorosa, manco fossimo al Derby Club nei tempi d’oro.
Dopo due minuti netti, puff: il mondo diventa ovatta.
Cado in uno stato confusionale dolce, avvolgente, etereo… sicuramente illegale in tredici Paesi.
Mi sveglio che il lavoro è già stato fatto, il medico mi prende pure in giro:
— “Mi raccomando, non prenderci gusto.”
Io? Ma figurarsi.
La sala operatoria, per me, è come il dentista: ci vado, ma se posso evitarla, evito.
Mi riportano in camera in barella, tra battute, risate, scambi ironici con gli inservienti.
Sembra tutto scampato, almeno per ora.

Ore 14
Sono di nuovo in stanza.
Dal petto in giù… niente. Silenzio radio.
Come se il mio corpo avesse deciso di scioperare: “torniamo dopo la pubblicità”.
Colpa dell’epidurale: non sento le gambe, non sento nulla, potrei essere un sacchetto di patate e non me ne accorgerei.
E ora… verso la cena.
Vabbè, chiamiamola “cena”: un brodino trasparente, filosofico, metafisico.
La parte più difficile non sarà berlo…
Ma farlo da sdraiato.
Un’impresa da equilibrista zen.
E questo supplizio durerà due, tre giorni… forse tutta la vita, se continuo a farmi operare con questa frequenza da abbonamento.
Incrociamo le dita.
Speriamo che me la cavo, come direbbe qualcuno più famoso di me.
Alla prossima puntata, dove cercherò di sopravvivere alla serata da convalescente… e al brodino assassino.

“In ospedale capisci davvero una cosa: la vera forza non è rialzarsi… è riuscire a bere un brodo da sdraiati senza morire affogato.”

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