mercoledì 1 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°141 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°141 – Aprile 2026.
"L’Inquisizione degli idonei."

Ci sono luoghi, che sembrano sospesi fuori dal tempo. 
Non per fascino, ma per una certa ostinata incapacità di evolversi. 
La sala della chemio, ad esempio, è una specie di crocevia umano dove il destino si diverte a mescolare le carte con un’ironia che sfiora il grottesco.
Durante la cura, il tempo si dilata. 
Le flebo scendono lente come certi discorsi di politici in campagna elettorale, e nel frattempo osservi. Ascolti. Assorbi.
C’è l’uomo elegante, con una dignità che pare uscita da un ritratto ottocentesco, che parla piano come se temesse di disturbare il dolore altrui. 
E poi c’è l’ex operaio, mani consumate e schiena piegata, che racconta la fabbrica come fosse una guerra combattuta senza medaglie. Due mondi lontani che qui si ritrovano livellati da una verità brutale, la fragilità.
E tu stai lì, a metà strada tra spettatore e protagonista, a costruire nella tua mente le loro vite, i loro sacrifici, le loro paure. 
Ti commuovi, sì. Ma è una commozione silenziosa, quasi pudica, come se anche i sentimenti dovessero chiedere il permesso.
Poi arriva il giorno dopo. E con esso, il teatro dell’assurdo.
La Commissione Invalidi.
Un nome che già di per sé suona come una contraddizione, perché se sei invalido, perché devi dimostrarlo? E a chi, soprattutto?
Entrare lì è come presentarsi davanti a un plotone di esecuzione con la cortesia di chi ha già capito tutto ma continua, ostinatamente, a rispettare le regole del gioco. 
Consegni documenti, referti, prove tangibili di una battaglia che non hai scelto. 
E loro, con l’aria di chi ha appena scoperto il fuoco, ti guardano con sospetto.
Non sei un paziente. Sei un sospetto.
Le domande non cercano risposte, cercano falle. 
Le insinuazioni non vogliono capire, vogliono mettere in dubbio. 
È un processo senza toga, ma con lo stesso odore di giudizio.
E lì, succede qualcosa di interessante.
Perché la rabbia sale. Eccome se sale. 
Una rabbia lucida, non isterica. Di quelle che non urlano, ma scavano. 
E devi trattenerla, ingoiarla, gestirla. 
Perché sai che in quel momento non stai parlando solo per te, ma per tutti quelli che non hanno più la forza di rispondere.
È uno spettacolo indegno, diciamolo senza giri di parole. 
Un sistema che dovrebbe proteggere e invece interroga. Che dovrebbe accogliere e invece sospetta. 
E il paradosso è tutto qui, chi soffre deve anche difendersi dal dubbio di chi dovrebbe tutelarlo.
Ma fermiamoci un attimo.
Perché la tentazione è quella di chiudere questo racconto con la rabbia. 
Sarebbe facile, quasi naturale. 
E invece no.
Perché c’è una domanda che resta, sospesa come quelle flebo lente, che tipo di società è quella che mette alla prova la sofferenza, invece di riconoscerla?
Forse il problema non è solo nella Commissione. 
Forse è più profondo. 
È culturale. 
È quell’idea strisciante che il dolore debba sempre essere certificato, validato, quasi meritato.
E allora la riflessione finale è semplice, ma scomoda, se per essere creduti dobbiamo dimostrare di soffrire, forse abbiamo smesso di saper guardare davvero gli altri.
E questa, più della malattia, è una diagnosi che dovrebbe preoccuparci tutti.

📝 Diario di bordo n°140 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°140 – Marzo 2026.
"Le vene vigliacche e il destino puntuale."

Cambio di programma. 
E già qui uno dovrebbe cominciare a sospettare che la regia della mia vita sia affidata a qualche burlone con un gusto discutibile per l’ironia.
La terapia del primo aprile, che già di suo sembrava uno scherzo, viene anticipata al 31 marzo. 
Così, senza neanche il garbo di una suspense ben costruita. 
Tac. Spostata. 
Come una sedia in cucina.
Questa mattina mi presento alla Villa Verde per il solito rito del prelievo del sangue. 
Ormai più che un appuntamento medico è una sorta di partita a nascondino tra me e le mie vene. 
Solo che loro sono bravissime a nascondersi.
Mi siedo, porgo il braccio con quella finta sicurezza di chi vuole sembrare collaborativo ma dentro pensa, “Vediamo oggi chi vince.”
L’infermiera guarda, tasta, sospira leggermente. 
E io lo so. Quel sospiro è l’equivalente sanitario di quando il meccanico ti dice, “Eh… qui c’è da lavorare.”
Ed è lì che parte il film.
Immagino le mie vene riunite in assemblea straordinaria, tipo sindacato interno del corpo umano.
— “Compagni, oggi tocca a qualcuno di noi.”
— “Io no, ieri ho già dato!”
— “Ma come ieri? È una settimana che ti imboschi dietro il tendine!”
— “Proponiamo una rotazione democratica!”
— “Democratica un corno, qui finisce sempre che si sacrifica il solito cretino!”
Nel frattempo fuori, nel mondo reale, si cerca. Si punzecchia. Si riprova.
E io lì, spettatore e vittima, penso che se le mie vene avessero davvero diritto di voto, probabilmente eleggerebbero un governo tecnico pur di non esporsi.
Alla fine, come in tutte le storie italiane che si rispettino, si trova un compromesso: una vena, probabilmente la più distratta o la meno sindacalizzata, si lascia prendere. 
E la procedura va avanti.
Intanto io provo a fare incastri degni di un Tetris esistenziale, terapia di oltre quattro ore e visita a Massafra alle 15. 
Un capolavoro di ottimismo logistico.
Risultato? Impossibile.
E allora si anticipa tutto a domani, alle 10. Così, senza troppi complimenti. 
Perché la vita, quando decide di accelerare, non ti chiede il permesso. 
Ti prende per mano e ti dice, “Corri.”
“E che Dio me la mandi buona,” mi viene da dire. 
Ma non come una frase fatta. No. 
Più come una trattativa privata con l’universo.
Cari miei lettori, dovete sapere che c’è una cosa curiosa in tutto questo teatro un po’ grottesco e un po’ umano, mentre ti trovi lì, tra aghi, orari che saltano e vene che fanno sciopero, capisci quanto poco controllo abbiamo davvero.
Eppure continuiamo a fare programmi, a incastrare appuntamenti, a pretendere ordine.
Forse il punto non è riuscire a controllare tutto.
Forse il punto è restare in piedi anche quando il copione cambia all’ultimo momento.
Con un sorriso storto, magari.
Con una battuta fuori posto.
Con quella capacità tutta nostra di ridere anche quando non c’è molto da ridere.
Perché alla fine, tra una vena vigliacca e un’agenda impazzita, la vera sfida non è essere puntuali.
È restare umani.

📝 Diario di bordo n°141 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°141 – Aprile 2026. "L’Inquisizione degli idonei." Ci sono luoghi, che sembrano sospesi fuori dal ...