venerdì 28 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°73 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°73 – Novembre 2025
"Il ritorno al nido e il silenzio che parla."

Questa mattina, mi sono svegliato nel mio letto. 
Quello vero, quello che conosce il mio peso, i miei sogni, i miei respiri. 
La luce entrava morbida dalla finestra, senza chiedere permesso, senza annunciarsi come una sirena d’allarme.
E mi sono svegliato tardi… una piccola, grande rivoluzione.
Nessuna infermiera alle 6 in punto a ricordarmi che il mondo in clinica gira a una velocità diversa dalla vita. 
Nessun trolley rumoroso a dettare il ritmo delle speranze e delle dimissioni. 
Nessun “buongiorno” sussurrato ai miei compagni di stanza prima ancora che al mio tè.
Oggi il silenzio ha parlato.
Una quiete nuova, quasi spaesante, come quando rientri da un viaggio e la casa ti abbraccia con il profumo familiare delle cose che hai lasciato in sospeso.
E nei primi pensieri del giorno c’erano loro:
Mario, forse tornato alla sua Martina Franca, e Antonio, direzione Fragagnano. 
Due volti incontrati per caso, due storie che si sono intrecciate nella stessa stanza, condividendo notti, rumori, sospiri, e una strana forma di solidarietà che fiorisce solo nei luoghi di fragilità.
A loro va il mio “in bocca al lupo”, sincero come un abbraccio dato con gli occhi.

🎭PARTE 2 – La clinica, i trolley e il mio addio teatrale.

Nel collage di foto che allego (che ormai sembra l’album ufficiale della mia tournée in corsia), c’è un po’ di tutto:
– io stravaccato come un divo a riposo,
– il comodino immolato alla causa,
– la flebo che ormai mi trattava come un coinquilino,
– e lo sguardo da filosofo stanco che solo chi ha dormito su certi materassi può capire.
A tutto il personale della Carlo Fiorino Hospital (ex San Camillo): grazie davvero.
Ma lasciatemelo dire con onestà spudorata:
spero di non rivedervi più.
Ovviamente non perché non vi voglia bene… anzi!
Ma perché, come sapete, le nostre “rimpatriate” avvengono sempre in momenti in cui preferirei essere da tutt’altra parte. Tipo… ovunque.
Che poi, tra trolleys assassini, sveglie alle 6 e materassi che avrebbero bisogno di un sindacato tutto loro, posso confermarlo: è stata un’altra avventura. Una di quelle che ti fanno ridere dopo, eh… molto dopo.
Per ora, vi saluto così:
io torno alla mia normalità, voi al vostro eroico trantran.
E che le nostre strade non si incrocino di nuovo… almeno fintanto che non inventano un reparto con spa inclusa.

p.s. il mio diario di bordo continua. E voi, continuate a seguirmi. 😉

✨ Massima finale.
La vita ti rimette in piedi ogni volta, ma il vero dono è il letto di casa che ti insegna quanto sia prezioso il ritorno.

📝 Diario di bordo n°72 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°72 – Novembre 2025
“Le ultime gocce di libertà”

È arrivato il momento, quello vero, quello che senti muoversi nello stomaco come una piccola mareggiata.
Ho richiuso la valigia con dentro giorni di attese, notti sgangherate, brodini fantasma e risate rubate.
Ho svuotato il comodino, che ormai sembrava un coinquilino anche lui, carico dei cioccolatini di Mario, occhiali, acqua e speranze.
Poi, con una lentezza quasi cerimoniale, ho indossato gli stessi abiti con cui ero entrato qualche giorno fa… come se chiudessi un cerchio.
La caposala è apparsa consegnandomi la lettera di dimissioni.
Sì, proprio quella.
Il lasciapassare, il foglio della libertà, la via d’uscita dalla clinica San Camillo.
E mentre la tenevo in mano, i miei due compagni di stanza erano lì, testimoni silenziosi del mio momento.
E non ve lo nego, ho sentito stringersi qualcosa dentro.
Perché so cosa significa restare.
So cosa si prova a vedere andare via un “compagno di viaggio” e ritrovarsi di nuovo soli nel letto di ferro.
Li ho salutati uno per uno, con sincerità vera, quella che si impara nei luoghi dove il dolore e la speranza si stringono la mano.
Gli ho augurato bene… tanto bene.
E lo pensavo davvero.

Poi… è iniziato il “Giovanni-show”.

PARTE 2 – Io, la bottiglietta e l’arte moderna del seminare casini.

Mi incammino verso l’ascensore, pronto a tornare nel mondo reale, con la mia bottiglietta d’acqua in mano. 
Peccato fosse semi-aperta. Ma semi-aperta tipo Niagara, eh.
Risultato? Lasciavo dietro di me una scia di goccioline che manco Hansel e Gretel. Se al posto dell’acqua avessi usato il glitter, probabilmente avrei fondato una nuova tendenza: lo "sgocciolismo urbano".
E già me lo immagino il personale della clinica:
– «Scusi, chi è che ha allagato il corridoio?»
– «È il signore del letto 3… quello poetico.»
E mentre io seminavo acqua come un impianto di irrigazione impazzito, dentro di me pensavo: forse è un segno del destino… o forse è semplicemente che non so chiudere una bottiglietta.
Però diciamolo: lasciare la clinica tracciando un percorso liquido ha comunque un suo stile. Quasi biblico.

💬 Massima finale:
Quando lasci un posto, non importa quanto breve sia stato il viaggio: l’importante è che, in un modo o nell’altro, tu ci abbia lasciato il segno… anche fosse solo qualche goccia d’acqua.

📝 Diario di bordo n°71 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°71 – Novembre 2025
“L’ultima alba della prigion… ehm, degenza”

Questa mattina l’aria in clinica vibra di un’energia particolare: un misto di voci, passi affrettati, sospiri e risatine nervose.
Le inservienti, le OSS, le infermiere… tutte in movimento come un piccolo esercito in preparazione.
C’è quella frenesia che solo chi vive “dietro le quinte” delle corsie ospedaliere conosce bene.
Io osservo tutto con un misto di poesia e ansia: ogni figura che entra e che esce sembra portare con sé un pezzo di vita, un motivo, una missione.
E mentre loro volano da una parte all’altra, io resto lì… a proteggere un segreto inconfessabile: il mio preziosissimo cuscino clandestino, trafugato per riempire l’abisso cosmico al centro del mio materasso.
Un gesto disperato, un atto d’istinto, un colpo di genio alla Fantozzi.
Ma oggi… il rischio incombe.
È giorno di cambio biancheria.
E io ho tutta la sensazione che potrebbero scoprire il mio “colpo grosso”.
Devo muovermi. Devo agire.

Missione evasione: tentativo n. 1

Mi viene un’idea: chiedere direttamente se sono in dimissioni.
Tentare non costa nulla. A mali estremi…

Suono il campanello. 😉

Ed ecco apparire la caposala, con quella solennità che userebbe un arcangelo al giudizio universale.

«Mi scusi… io e Mario… oggi… per caso… siamo in dimissione?»
E lei: “Un attimo, chiamo il medico.”

Momento di silenzio.🤫
Suspense.
Breve flash: violini tragici in sottofondo.
Io e Mario tratteniamo il fiato.

Il verdetto.🧐

La caposala rientra.
Volto serio, voce ferma.
E poi:

«Signor Pugliese, lei esce oggi.»🥳
(Tono trionfale, quasi liberatorio)
«Signor Mario, per lei la dimissione è prevista domani.»😣

Boom.
È fatta.
Io esco.
Io e la mia valigia.
Io e il mio cuscino rubato (che ora posso restituire dignitosamente, forse).
Mario invece rimane, e mi dispiace davvero: un’altra notte con le luci, il brodino, le motoseghe notturne e le sveglie assassine delle sei.
Ma io…
Io oggi torno a casa.
E credetemi, non c’è musica più bella.

💬 Massima finale:
"Ogni ricovero ha una fine: l’importante è uscirne con la valigia piena di storie… e il cuore più leggero della biancheria pulita."

📝 Diario di bordo n°70 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°70 – Novembre 2025
“Valigie, destini e sveglie assassine”

Nei corridoi questa mattina c’è un via vai che sembra la stazione di Bologna il giorno di Ferragosto. 
Valigie che partono, valigie che arrivano, ognuna gonfia di storie, paure, speranze e pigiami piegati alla bell’e meglio.
C’è chi lascia la clinica con un sorriso tremolante, felice di tornare a casa; c’è chi arriva pallido come un lenzuolo, pronto a entrare in quel mondo sospeso dove il tempo rallenta e si misura in infusioni, visite e brodini.
È bello, e malinconico insieme, percepire queste emozioni che si sfiorano senza mai toccarsi davvero: le paure di chi entra e il sollievo di chi esce, entrambe figlie dello stesso bisogno di speranza.

▪️La sveglia secondo la clinica: modalità tortura soft.

Questa mattina, però, la poesia finisce presto.
Alle 5 in punto entra in camera un’infermiera dal passo felpato… ma con l’interruttore della luce più spietato del Grande Inquisitore.
Accende tutto, come se dovesse interrogare Antonio: “Confessa! Hai toccato la flebo!?”
Naturalmente ci svegliamo tutti, Mario incluso che nel dormiveglia riesce a dire solo “Mmh?”
Dopo cinque minuti se ne va, e spegne la luce.
Ci ricadiamo dentro come sacchi di patate.
Il sonno sta per riafferrarci, quando alle 6:00 precise arriva il “secondo tempo”: il famoso giro camere, una sorta di rituale tribale per ricordarci chi comanda davvero qui dentro.
E noi, poveri ricoverati, siamo costretti ad abbandonare Morfeo, che ci guarda deluso mentre scappiamo via come studenti in ritardo.

▪️Nomination del giorno: uscire o restare?

Io e Mario oggi aspettiamo il verdetto.
La nomination, come al Grande Fratello:
➡️ Saremo eliminati (cioè dimessi)?
➡️ O resteremo nella casa (cioè nella clinica) per un’altra appassionante puntata delle nostre miserie sanitarie?
L’ansia sale.
Le valigie fuori dalle stanze sembrano guardarci come giudici severi.
La speranza?
Che oggi ci dicano: “Giovanni, prepara i bagagli. Sei libero.”
Ma finché non arriverà la sentenza medica, siamo qui… in bilico, tra la poesia dei corridoi e il sarcasmo del destino.

💬 Massima finale:
"Ogni valigia racconta una storia: l’importante è che prima o poi tocchi anche alla tua imboccare la via di casa."

📝 Diario di bordo n°69 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°69 – Novembre 2025
“Tra agenti segreti e supereroi da corsia”

Questa puntata, merita davvero il formato a episodi, come le grandi serie televisive. 
Qui ormai non siamo più semplici pazienti: siamo protagonisti di una saga epica ospedaliera, con colpi di scena, personaggi improbabili e trame degne di Netflix.

📺 Episodio I – L’agente segreto delle vivande.

La signora delle vivande questa sera mi guarda, mi fissa, e con voce decisa – di quelle che non ammettono repliche – mi dice:
“Bello il tuo post su Facebook… quello con il libro.”
Io rimango muto.
Pietrificato.
Come Fantozzi davanti alla Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare.
😲
Nel frattempo, nella mia testa parte la sirena d’allarme:
“ATTENZIONE: i servizi segreti hanno un infiltrato alla mensa!”
Capisco all’istante che devo moderare ogni sarcasmo culinario: qui la CIA mi spia, l’FBI mi segue e la NSA probabilmente registra il rumore del mio cucchiaio nel brodo.
Da oggi, per sicurezza personale, ogni pietanza sarà obbligatoriamente un capolavoro gastronomico.
E infatti questa sera, guarda caso, mi è stato servito un brodo divino, roba che se lo provava Cracco piangeva dalla commozione.
La frittata?
Una sinfonia per il palato.
Il purè di patate?
Commovente, quasi poetico.
E la mela finale… be’, diciamo che Biancaneve la conosce bene: elegante, lucida, misteriosa. Speriamo solo non sia avvelenata. 😉

🦸 Episodio II – Super Antonio Bros.

Passiamo al secondo episodio: quello del nostro nuovo compagno di stanza, Antonio.
Operato poche ore fa.
Sedato fino al collo.
Pronostici di immobilità.
E invece…
Antonio è già in piedi.
Passeggia per i corridoi.
Sorride alle infermiere.
Sistema le flebo come fossero fili della biancheria.
Io, al suo posto, starei ancora supino, con il fiato da lapo dopo la maratona e il lamento incorporato.
Lui no. Lui sfida la gravità.
Lui è l’Uomo d’Acciaio di Fragagnano.
È praticamente uscito da un fumetto della Marvel, ma scritto da un autore pugliese con un forte senso dell’umorismo.
Lo dico ufficialmente:
Qui dentro abbiamo un supereroe.
E non sono io.

"In ospedale scopri due cose: chi ti legge… e chi vola più in alto di quanto pensavi."

📝 Diario di bordo n°68 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°68 – Novembre 2025
“Cioccolatini, evasori e libertà vigilata”

Le ore scorrono lente, come un fiume stanco che fatica a trovare il mare. 
Dentro questa stanza sospesa, ogni gesto diventa un piccolo rito di umanità.
Mario, con la dolcezza disarmante di chi conserva ancora la grazia dell’infanzia nonostante gli anni, divide con me i cioccolatini portati da suo fratello. 
Un fratello ottantenne che, come un eroe romantico dei romanzi di un tempo, ha preso l’autobus da Martina Franca per portare al suo Mario un po’ di frutta, un sorriso, e una scatola di bontà cioccolatose.
E per farlo ha pure dribblato la sorveglianza dell’ingresso come un Messi con la dentiera.
La scena, lo ammetto, mi ha toccato: quella fraternità che attraversa chilometri, controlli e ostacoli per arrivare dritta dritta al cuore.
Io, naturalmente, non potevo rifiutare: i cioccolatini mi chiamano come le sirene di Ulisse, e la mia mano ha risposto all’istante, portandosene via una manciata che ora riposa sul mio comodino come un piccolo tesoro.
Poi ritorna la realtà ospedaliera: quella che vibra tra attese e speranze trattenute.
Sono riuscito a contattare Ilaria, la caposala conosciuta già nel mio primo ricovero di giugno che voi tutti avete conosciuto tramite i miei scritti qui su Facebook e sul mio blog. 
Una ragazza efficiente, energica, con quello sguardo che sembra vedere dentro le TAC e dentro le persone con la stessa facilità.
Le ho chiesto la domanda delle domande: quando mi liberate?
Lei mi ha risposto che “mi farà sapere”.
Un verdetto che potrebbe significare tutto e il contrario di tutto.
Io ci leggo dentro una sottile forma di suspense: come se fossi diventato improvvisamente il protagonista di un thriller sanitario, in attesa che qualcuno apra la porta e mi dica se posso finalmente evadere da questo carcere a gestione sanitaria.
Intanto aspettiamo la signora delle vivande della sera, quella che con il suo carrellone cigolante decide le sorti della nostra felicità gastronomica.
La pancia brontola, dialoga, protesta. E io le sussurro: pazienta, anima mia, presto sapremo il verdetto.

"La libertà, a volte, è un cioccolatino che si scioglie prima delle risposte."

📝 Diario di bordo n°67 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°67 – Novembre 2025
“Il volo proibito di Antonio”

La mattinata era iniziata tranquilla, con quel ritmo sospeso da reparto in cui il tempo si muove piano, come se temesse di fare troppo rumore. 
Il nuovo compagno di stanza, Antonio, era stato operato da poche ore: ancora fragile, ancora stretto nel guscio dell’epidurale che lentamente svaniva. 
Lo guardavo riposare e, dentro, sentivo quell’apprensione che nasce quando qualcuno attraversa un confine delicato.
È bastato un attimo.
Un impulso maldestro, un desiderio di autonomia troppo precoce, la voglia di rimettersi addosso il pigiama per sentirsi di nuovo “normale”. E invece tac, il corpo non lo ha seguito. 
Antonio è scivolato ed è caduto, rovinosamente, riversando sul pavimento non solo se stesso… ma anche tutto il contenuto della sacca.
Per un secondo il cuore si ferma. 
L’allarme, il campanello premuto di corsa, l’ansia che ti stringe lo stomaco.

Poi si passa al capitolo due: quello tragicomico.

Arriva una OSS alla velocità di un vigile del fuoco in addestramento. Subito dopo, ecco la caposala: si materializza con l’aura di una divinità ospedaliera inferocita. 
E Antonio, povero cristo, l’ha fatta davvero grossa.
Letteralmente e metaforicamente.
Mentre la caposala lo rimproverava, e credetemi, non era un rimprovero ma un monologo epico stile tragedia greca, il pavimento sembrava la scena di un delitto idraulico. 
Io e Mario osservavamo in religioso silenzio, oscillando tra l’ansia per lui e la consapevolezza che, decisamente, non era il momento giusto per ridere.
Ma la mente fa brutti scherzi, e il quadro era così assurdo da sembrare una gag di "Amici miei" al reparto ortopedia: Antonio scalzo, infreddolito, mogio e circondato da una pozza che pareva l’effetto speciale di un film catastrofico.
La caposala, intanto, lo guardava come se avesse tentato di smontare l’impianto elettrico dell’ospedale con un cucchiaino.
Lui è molto dispiaciuto. E sì, ha capito che non era il momento di giocare all’eroe della riabilitazione.
Però una cosa è certa: la giornata non ci manca di emozioni.

"Ogni caduta fa rumore, ma è rialzandosi con umiltà che si torna davvero in piedi."

📝 Diario di bordo n°66 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°66 – Novembre 2025
“Le notti che parlano”

Ci sono giorni, in cui l’ospedale, o la clinica, in questo caso, sembra sospendere il tempo. 
Le luci restano sempre uguali, ma dentro ognuno di noi passa un intero universo. Il nuovo compagno di stanza è rientrato dalla sala operatoria: occhi chiusi, il volto un po’ tirato, quel respiro lento che racconta una battaglia superata. 
E allora ti viene naturale, quasi spontaneo, un moto di gratitudine: per lui, per te, per chi lotta in silenzio.
C’è un’umanità che vibra nelle stanze condivise: fatta di gesti piccoli, di sguardi che dicono “andrà meglio”, di paure che non fanno rumore ma pesano come pietre. In questi momenti capisci che la fragilità non è un difetto, è il modo più vero che abbiamo per sentirci vivi.
E poi… e poi cala il silenzio.
E con lei arriva il concerto.
Il nuovo inquilino, povero cristo, è scivolato in un sonno profondo. Molto profondo. 
A giudicare dal suono che sta producendo, credo abbia attivato una motosega professionale con taglia tronchi integrato.
Di quelle che usano nei boschi dell’Alto Adige.
Versione turbo.
A benzina.
Grado di vibrazione: terremoto di magnitudo 6,2.
Io, che già ero in modalità “vediamo se dormo”, ora sto seriamente valutando l’idea di chiedere l’intervento della Protezione Civile. 
O, quantomeno, un paio di tappi per le orecchie omologati per i rave party.
Dal nuovo sondaggio informale che circola in stanza pare che lui (Antonio) venga da Fragagnano, mentre Mario resta saldo nel suo ruolo di rappresentanza martinese. Siamo praticamente un campione ISTAT del territorio jonico… rumori compresi.
Nel frattempo ho chiesto alla caposala quando potrò uscire. Mi ha risposto che domani verrà il medico che mi ha operato e ci dirà tutto.
E allora sì, incrocio le dita. Fortissimo.

"Anche nelle notti più rumorose resta sempre uno spiraglio che aspetta solo di diventare un nuovo inizio."

📝 Diario di bordo n°65 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°65 – Novembre 2025
"Quando la minestra spezza i sogni."

E siamo quasi a mezzogiorno.
Qui il tempo non si misura in ore ma nel rumore delle stoviglie che echeggiano lontano e nel passo lento della signora con lo scaldavivande, che sembra un po’ la sacerdotessa del tempo ospedaliero: arriva lei, finisce la mattinata.
Oggi l’aria in stanza è sospesa, quasi trattenuta.
Io e Mario (il mio vicino di letto) guardiamo il letto vuoto del nuovo compagno di sventura, quello arrivato stamattina.
Lo hanno portato in sala operatoria da oltre due ore, e nonostante l’esperienza di questi corridoi, che ormai conosco come casa mia, l’attesa pesa, e morde.
Ci si affeziona subito, qui dentro. Basta uno sguardo, una battuta, un “buongiorno” tremolante.
La solidarietà non è solo un sentimento: diventa un bisogno primario, come bere, come respirare.
Incrociamo le dita per lui, in silenzio.
Nel frattempo, per non farci prendere dal pessimismo cosmico alla Fantozzi, parliamo del menù.
Io e Mario ormai siamo diventati due critici gastronomici… della fame.
Ci chiediamo: ci toccherà l’ennesimo brodino smunto o, per qualche miracolo della divina provvidenza culinaria, lo chef, un certo “mastro Brodino”, avrà deciso di variare?
Ed è lì che parte la fantasia.
La porta si apre.
Lei, la signora delle vivande, entra trionfale, come se stesse per consegnare il premio Nobel per la cucina.
E nella mia testa, con aria statuaria, annuncia:
«Signori, oggi vi serviamo spaghettoni con astice sfumato al vino bianco, seguito da aragosta alla catalana con emulsione di agrumi e carezze di sedano croccante».
Io e Mario ci guardiamo con gli occhi lucidi, già pronti all’estasi gastronomica.
Sento persino il profumo della bisque avvolgermi.
Le posate tintinnano, la tovaglia si sistema, il mare si apre, gli angeli cantano.
Poi…
…la realtà.
Tintinnio vero.
Odore vero.
La signora, camice sgargiante e passo da boia dei pranzi dietetici, posa sul comodino un piatto fumante.
Apro gli occhi.
Mi ero appisolato.
Era tutto un sogno.
Davanti a me:
❌ niente astice
❌ niente aragosta
❌ niente bisque
Solo minestrone insipido che sembra aver rinunciato alla propria esistenza, e merluzzo lesso in umido che mi osserva come a dire: “ce la devi fare… ma non sarà facile”.
Completa il quadro un contorno di fagiolini lessi senza condimento, tristi come un lunedì mattina sotto la pioggia.
La delusione è talmente forte che sento riecheggiare nella stanza la voce del professor Birkermaier:
«Signor Puglieeeseee, TU MANCI?. Peccato, tu non pote manciare!!!»
E io, come il ragionier Fantozzi, sussurro dentro di me:
“Com’è umano lei…”

"La vita è un alternarsi di sogni d’aragosta e risvegli al minestrone: l’importante è continuare a ridere tra un cucchiaio e l’altro."

📝 Diario di bordo n°64 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°64 – Novembre 2025
"Dejavù, cuscini strategici e imprevedibili invasioni domestiche."

Buongiorno a tutti.
La mattina porta sempre qualcosa: una luce più gentile, una temperatura più umana… o, come in questo caso, un nuovo paziente.
È appena arrivato, spaesato, con quello sguardo da soldato al fronte alla prima battaglia.
L’infermiera gli sta facendo la trafila delle domande pre-operatorie, e lui sorride a metà, annuisce, respira, si aggiusta la coperta… ed io mi rivedo.
Un piccolo flashback: stesso letto, stessa vestizione, stessa paura che morde le costole.
È un vero déjà-vu, di quelli che ti fanno sospendere il respiro.
E in quel momento ti accorgi che qui dentro siamo tutti uguali: esseri umani in bilico, che si affidano a mani gentili e a una speranza che non si vede, ma si sente.
C’è una strana solidarietà che nasce spontanea tra sconosciuti che condividono una stanza in un posto dove il tempo rallenta e tutto sembra più fragile.
Forse è questo che rende gli ospedali luoghi così intensi: il continuo ricordarci che siamo fatti di carne, paure e coraggio.
Poi, per fortuna, arriva la parte fantozziana.
Posso finalmente annunciare, con l’orgoglio di chi vince una battaglia epica, che questa notte ho dormito. 
Non come un ghiro, certo, ma almeno non come un condannato alla tortura del medievalissimo letto di Garibaldi.
Il mio “accrocco-cuscino”, quell’opera ingegneristica degna del Politecnico di Bari, ha funzionato.
Ha tamponato l’avvallamento centrale, ha evitato la deriva del mio corpo verso l’abisso, e mi ha regalato qualche ora di tregua.
Ma la pace non dura mai troppo.
A un certo punto fa irruzione in stanza una ausiliaria dal passo deciso, con la determinazione di un Marines e il carrello che cigola come un trattore arrugginito.
Senza preavviso, senza bussare, senza ritmo cardiaco compatibile con la vita dei pazienti, comincia a sistemare la camera.
Movimenti rapidi, quasi acrobatici, spostamenti di sedie, lenzuola che volano… pareva stesse preparando il set per “Mission Impossible 12: Protocollo Sanitario”.
Nel trambusto, il mio cuscino rubato rischia di essere scoperto.
Io lo guardo.
Lui guarda me.
Il panico sale.
Per un attimo ho temuto di dover inscenare una difesa d’ufficio: “Signora OSS, non è come sembra, è il cuscino che mi ha scelto!”.
Ma lei passa oltre, ignara, lasciandomi il tempo di respirare e di ricompattare la mia dignità di degente clandestino.
Il nuovo paziente mi osserva.
Sorride.
Capisce che qui la sopravvivenza è un’arte.
Benvenuto nel club.

"In clinica, come nella vita, vince chi riesce a trasformare un cuscino rubato in un atto di resistenza civile."

📝 Diario di bordo n°63 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°63 – Novembre 2025
"Carezze, cuscini e colpi di scena"

L’ora delle visite…
Quel piccolo miracolo quotidiano che interrompe il tempo sospeso della clinica.
Un’ora soltanto, ma capace di rimettere in piedi l’umore di un’intera giornata.
Nei corridoi prende vita un’umanità dolce: passi svelti, occhi emozionati, mani che portano abbracci, sorrisi, parole che contengono più vitamine di qualsiasi integratore.
Perché, diciamolo, quando sei qui dentro la voce di una persona che ami funziona meglio di un antibiotico, e una carezza data sul dorso della mano riesce a sciogliere nodi di paura che nessun farmaco sa toccare.
Sembra quasi di sentire un’ondata di calore, un piccolo vento buono che entra nelle stanze e fa sentire tutti, anche i più battaglieri, un po’ meno soli.
E poi ci sono io…
Io che tento di preparare il giaciglio di guerra, rendere il letto meno simile a una trappola medievale e più somigliante a una cuccia dignitosa per un cristiano in convalescenza.
Il problema? Quel maledetto avvallamento al centro, profondo come una fossa biologica e sicuramente testimone dei secoli, sono quasi certo che ci abbia dormito anche Annibale durante la seconda guerra punica.
Così, con la grazia di un agente segreto maldestro, scatta l’Operazione Cuscino Fantasma.
Becco un momento in cui la OSS è distratta (forse seguiva un carrello in fuga) e, con un gesto rapido e furtivo, le sottraggo un cuscino dalla cesta.
Lo nascondo sotto il mio camice come Fantozzi quando trafugava la suoneria dell’ufficio.
Ritorno al letto.
Lo appoggio al centro, come un pilastro portante, sperando di compensare il cratere centrale del materasso.
Risultato?
Il letto ora ha una forma strana, tipo pista da skateboard, ma almeno non rischio più di finire al centro come una mozzarella nella pizza.
Ora posso finalmente aspettare i miei cari con un minimo di dignità, non affossato in una valle di lacrime (e molle spappolate), ma posizionato strategicamente, quasi comodo… quasi.

"Quando la vita ti toglie la terra da sotto il materasso… tu rubale un cuscino e torna a sorridere."

📝 Diario di bordo n°62 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°62 – Novembre 2025
"La sacra comunione alla mortadella".

Eccoci di nuovo nella saga clinica più lunga di Beautiful e più fantozziana di Fantozzi stesso.
Nella puntata precedente vi avevo lasciati con la reliquia gastronomica, il panino del paziente in dimissioni: una vera opera d’arte, roba che il Louvre se lo sogna.
Dopo il consueto pranzo formato brodino homeopatico, quello che più che un pasto sembra un’idea vaga di liquido, il panino era lì, sul comodino. 
Solenne, luminoso, quasi sospeso in un’aura mistica degna della Sacra Sindone, ma con molta più mortadella.
Mi guardo attorno.
Il deserto.
Né infermieri, né OSS, né medici: tutti misteriosamente evaporati nel nulla, forse risucchiati da un vortice spazio-temporale nel corridoio.
È il mio momento.
Scarto quel panino con la devozione di un archeologo che apre un sarcofago egizio.
Il profumo che ne è uscito potrebbe tranquillamente attirare a sé un esercito di vegetariani pentiti.
Addento.
E lì, l’estasi.
Una goduria che stavo per chiamare un prete per ringraziare.
Il panino del muratore era tornato: pane solido come un muretto a secco pugliese, mortadella che faceva l’occhiolino, provolone paesano che cantava in dialetto.
Lo so, molti di voi in questo momento stanno pensando:
“Mamma mia, ora me ne farei uno anche io…”
E avete tutta la mia benedizione.
In due minuti scarsi il panino è scomparso, volatilizzato, inghiottito con il trasporto di un uomo che sa che la vita è fatta di priorità.
Ci sarebbe voluta una Peroni ghiacciata, di quelle che quando le apri parte subito la sigla della Nazionale, ma quella la rimandiamo alla libertà vigilata fuori dalla Clinica San Camillo.

Ed è proprio mentre stavo godendomi il post-sacro pasto clandestino che arriva il medico, con quel tono neutro da “ti dico la verità ma senza traumatizzarti”:
👉 Tra tre mesi dobbiamo rivederci per il controllo.
👉 E siamo in attesa dell’esame istologico, per capire se ci sarà bisogno della chemio.
Io annuisco.
Prendo fiato.
Faccio la faccia del “va bene, affrontiamo anche questa”.
E dentro di me penso: “Meno male che ho mangiato il panino prima, almeno la notizia l’ho digerita con qualcosa di buono.”
Ma l’avventura continua…
E io, alla fine, sono sempre lo stesso: un Fantozzi che non molla.

"Quando la vita ti mette alla prova, rispondi con coraggio… e, se puoi, con un panino alla mortadella."

📝 Diario di bordo n°61 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°61 – Novembre 2025
"Il Contrabbando della mortadella".

Amici cari, eccoci di nuovo nel glorioso limbo clinico, quel luogo dove il tempo non è una linea retta ma una lenta goccia che cade su un barattolo vuoto. 
Qui le ore non si misurano con l’orologio, ma con le tre sacre liturgie della sopravvivenza: colazione, pranzo e cena.
O, come dice il regolamento non scritto della clinica: tè annacquato per aprire gli occhi, brodo trasparente per tenerli aperti, brodo tiepido per chiuderli con rassegnazione.
Insomma, siamo sempre in quel regno fantastico dove il paziente sogna più il cibo che la guarigione. 
Lo vedi negli occhi dei ricoverati: se gli proponi di barattare la flebo in cambio di un panino con salame, firmano col sangue (tanto glielo prelevano ogni sei ore).
E qui, oggi, si è consumata una scena degna dei fasti del maestro Paolo Villaggio.
Ve la ricordate, vero? La leggendaria clinica del professor Birkermaier, dove Fantozzi veniva messo a digiuno assoluto con l’unico scopo di perdere peso e la maggior parte della dignità?
Ecco, la nostra stanza stamattina era identica. Mancava solo Filini che entrava gridando:
“Ragioniere! È pronto il minestrone al vapore… del vapore!”

Ma… colpo di scena!
Il nostro amato disturbatore di flatulenze sinfoniche, l’ex medico in dimissione, ha deciso di lasciare un'eredità più preziosa di un testamento notarile: due monoliti gastronomici.
Panini epici, grossi come i mattoni di un trullo, imbottiti di mortadella e provolone, nascosti nell’armadietto come reperti archeologici del gusto.
Sospetto che fossero lì da anni, forse da quando la clinica è stata inaugurata.
Ma la fame trasforma tutto: anche un panino sospetto diventa un’opera divina.
Con la delicatezza di un contrabbandiere di alcol durante il proibizionismo, ce li ha passati come se fossimo due agenti segreti della CIA.
Io e l’altro paziente ci siamo guardati negli occhi con quella complicità che nasce solo in due situazioni: la resistenza partigiana o la fame.
Il resto ve lo racconterò nel prossimo capitolo di questa epopea alimentare e ospedaliera.
Per ora, posso solo dire che… sì, abbiamo tradito il brodino. Senza rimorso.

📝 Diario di bordo n°60 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°60 – Novembre 2025
“Notte alla San Camillo: Sinfonia in Do Maggiore per Flatulenze”

Ore 6.25
Paraparapara… SVEGLIAAA!
Che poi… sveglia de che?
Perché, per essere svegliati, uno dovrebbe aver dormito almeno un quarto d’ora, no?
E invece niente.
Zero.
Nada.
Stanotte nemmeno Morfeo ha avuto il coraggio di affacciarsi in questa stanza: gli sarebbe venuta l’asma.
È il mio classico: non dormo il giorno prima del ricovero, non dormo il giorno dopo, non dormo quando cambia il vento… ma stanotte abbiamo toccato vette artistiche inaspettate.
La temperatura:
Hanno messo la pompa di calore a livelli “Estate del ’96”, quando si scioglievano pure i termosifoni e i gelati si ritiravano nei bar per protesta.
Sono passato da “convalescente” a “pollo arrosto” senza neanche accorgermene.
Il letto:
Tra i tanti letti disponibili, sorpresa!
Mi è capitata una branda storica, un cimelio da museo: pare che ci sia morto sopra il sonno stesso, quando Garibaldi vi fu ricoverato con una gamba ferita.
Ogni volta che mi muovo, scricchiola come se stesse dettando il suo testamento e nel suo bel mezzo c'è un profondo avallamento.
Il compagno di stanza, l’ex medico:
Ah, lui…
Lui è stato l’orchestra.
Stanotte si è esibito in una Sinfonia Notturna in Do Maggiore, per flatulenza solista e accompagnamento di “paperella stonata con flato prolungato”.
A tratti sembrava una jam session jazz.
A tratti una industria chimica.
Il tutto con un rigore tecnico da conservatorio.
Altro che musica lirica: qui siamo alla “musica lirica… di pancia”.
Insomma, Giovanni vostro ha passato una notte da manuale.
Manuale di sopravvivenza, però.
E ora, con gli occhi a mezz’asta e la schiena che reclama i diritti umani, mi preparo all’alba di un nuovo giorno.
Che, si spera, almeno non suonerà in Do maggiore.

“La vita non sempre ti dà notti tranquille… ma se impari a ridere dei concerti stonati, diventi tu il direttore d’orchestra delle tue giornate.”

📝 Diario di bordo n°59 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°59 – Novembre 2025
“Brodino, sushi e supercazzole: Cronache dalla camera a gas n. 12”

Ore 19.00
Il brodino l’ho domato.
Lui tentava di sfuggirmi, io lo inseguivo con il cucchiaio come un ninja zoppo e sdraiato… ma alla fine ho portato a casa il risultato.
E mentre sorseggiavo questo elisir trasparente, mi è balenata una considerazione amara: dal sushi al brodino è un attimo.
Domenica ero a ingurgitare nigiri come un tonno da competizione, oggi, post-operatorio, mi ritrovo a bere un brodino che manco i monaci tibetani in Quaresima.

Com’è strana la vita.
Ancora più strana però è la stanza in cui sono stato catapultato.

Perché… signori miei… qui siamo al delirio.

La situazione “olfattivo-acustica” è diventata pirotecnica.
Una sinfonia di esplosioni improvvise, fragorose, direi quasi coreografiche, che metterebbero in difficoltà pure l’orchestra della Scala.
Io, sdraiato nel mio letto, guardo il soffitto e penso: “Se continuano così, più che una stanza di ospedale diventa la camera a gas di Fantozzi… e buonanotte ai suonatori.”

Ma non è finita.
C’è il pezzo forte su uno dei due compagni di stanza.

Ah… il paziente ex medico.
Figura mitologica.
Convinto di essere ancora in servizio, pretende, ordina, corregge, pontifica.
Vuole alzarsi dal letto, anche se non deve assolutamente farlo, e ripete frasi tipo:
“Ho sempre fatto così.”
“Sono abituato in un altro modo.”
“Signorina, mi dia retta, la procedura corretta sarebbe…”

Le OSS e le infermiere lo guardano con un’espressione a metà tra:
— “La prego, signore, rientri nei ranghi.”
e
— “Un altro passo falso e lo sediamo.”

Insomma: oggi le comiche, al confronto, sembrano un documentario del National Geographic.

E l’avventura continua.
La mia, la loro, la nostra.
Una stanza, tre letti, un brodino, ed esplosioni che farebbero tremare i muri.
Che si vuole di più dalla vita?
Un’amaretto? No, grazie: qui volano altre cose.

“La vita è come il brodino dell’ospedale: insipida, inevitabile… ma se non la prendi con ironia, rischi di affogarci dentro.”

📝 Diario di bordo n°58 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°58 – Novembre 2025
“Operato, intontito e immobile: ovvero l’epopea tragicomica del signor P.”

Ore 12.50
Arriva la barella.
L’inserviente entra, sguardo da comandante dell’FBI e voce che non ammette repliche:
— “Chi è Pugliese? Deve venire con noi.”
E niente, la parola “venire con noi” mi suona sempre come un prequel di qualche interrogatorio notturno nel retro di un commissariato di Caracas.
Ma tant’è: è il mio turno.
Si scivola verso la sala operatoria.
Appena varco la soglia… oh, magia: mi conoscono tutti. 
Pare quasi che io sia diventato il cliente affezionato della settimana.
Si scherza, ci si saluta, un paio di battutine, e io, ansioso come un tacchino a Natale, ricordo a tutti che, prima dell’epidurale, devono gentilmente “stordirmi” per bene.
La mia richiesta è semplice: essere felicemente imbambolato come un cartone animato anni ’70.
Mi informo su chi sarà il mio pusher ufficiale.
E con la grazia di un personaggio di Fantozzi compare l’anestesista della scorsa volta:
sguardo burbero, collo taurino, sorriso zero.
Mi fissa e esclama:
— “Ancora qui stai?”
Io, con la prontezza di chi ha già capito la lezione:
— “Eh professò… la vostra roba è buona. Non potevo non tornare.”
E via, risata fragorosa, manco fossimo al Derby Club nei tempi d’oro.
Dopo due minuti netti, puff: il mondo diventa ovatta.
Cado in uno stato confusionale dolce, avvolgente, etereo… sicuramente illegale in tredici Paesi.
Mi sveglio che il lavoro è già stato fatto, il medico mi prende pure in giro:
— “Mi raccomando, non prenderci gusto.”
Io? Ma figurarsi.
La sala operatoria, per me, è come il dentista: ci vado, ma se posso evitarla, evito.
Mi riportano in camera in barella, tra battute, risate, scambi ironici con gli inservienti.
Sembra tutto scampato, almeno per ora.

Ore 14
Sono di nuovo in stanza.
Dal petto in giù… niente. Silenzio radio.
Come se il mio corpo avesse deciso di scioperare: “torniamo dopo la pubblicità”.
Colpa dell’epidurale: non sento le gambe, non sento nulla, potrei essere un sacchetto di patate e non me ne accorgerei.
E ora… verso la cena.
Vabbè, chiamiamola “cena”: un brodino trasparente, filosofico, metafisico.
La parte più difficile non sarà berlo…
Ma farlo da sdraiato.
Un’impresa da equilibrista zen.
E questo supplizio durerà due, tre giorni… forse tutta la vita, se continuo a farmi operare con questa frequenza da abbonamento.
Incrociamo le dita.
Speriamo che me la cavo, come direbbe qualcuno più famoso di me.
Alla prossima puntata, dove cercherò di sopravvivere alla serata da convalescente… e al brodino assassino.

“In ospedale capisci davvero una cosa: la vera forza non è rialzarsi… è riuscire a bere un brodo da sdraiati senza morire affogato.”

📝 Diario di bordo n°57 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°57 – Novembre 2025

Operazione conclusa. 💪

📝 Diario di bordo n°56 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°56 – Novembre 2025
“Cronache da un letto troppo freddo: istruzioni per l’uso della pazienza disperata”

Ore 9.50
Notizia fresca di corridoio: resterò qui più del previsto. 
Non “qualche ora”, non “un giorno”, no… qualcosa di più lungo, vago, indefinito, come certe promesse elettorali.
La comunicazione è arrivata serafica, come se mi avessero appena detto che hanno finito i cornetti al bar, invece è il mio umore ad essere finito… sotto i piedi.
Nel frattempo, nella mia stanza, gli altri due pazienti parlano al telefono con i propri cari: un sottofondo melodrammatico tra saluti, raccomandazioni e “ti porto il pigiama più pesante”. Sembra quasi di essere in un film neorealista… ma senza il fascino del bianco e nero.

Ore 10.30
Sono ancora qui, immobile, con la mente che vaga come un aquilone in una giornata di vento.
Penso alla noia infinita delle prossime ore, giorni, ere geologiche.
E penso a voi, poveri lettori, condannati a sorbirvi i miei scritti di sopravvivenza.
Mi dispiace? Sì.
Smetterò? Assolutamente no.
Se devo soffrire io, almeno vi porto con me in questa crociata di ansia e sarcasmo.

Ore 11.30
Silenzio tombale.
Sono sdraiato con il camice dell’orrore e le copertine addosso, in una stanza fredda abbastanza da conservare un surgelato.
Non mi piace affatto, ma va bene: un tocco di sofferenza ambientale mancava al pacchetto completo.
Il cigolio dei carrelli dei medicinali rimbalza nel corridoio come un richiamo di guerra. 
Un suono che non ti permette di rilassarti neanche per sbaglio.
E io, nel frattempo, vigilo.
Aspetto la barella che mi porterà in sala operatoria con la stessa attenzione con cui un gatto aspetta il topo:
DEFCON 1, allerta massima, nervi tesi come corde di violino.

E mentre tutto sembra sospeso in un limbo, una domanda mi attraversa la testa:
È mai possibile che ogni esperienza sanitaria debba sembrare una prova di resistenza psicologica?

“In ospedale impari una grande verità: la pazienza non è una virtù… è un obbligo di sopravvivenza.”

lunedì 24 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°55 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°55 – Novembre 2025 “Benvenuti a ClinicaLand: tra corridoi infernali e ansia aromatizzata”.

Ore 7.30.Eccoci catapultati nel magico mondo dell’accettazione, quello dove l’umanità si divide in due categorie: chi tossisce e chi cerca disperatamente di non respirare. Il tutto condito da un bel tampone obbligatorio da 20 euro, la nuova tassa di soggiorno della sanità moderna. Sembra quasi che, prima di curarti, vogliano testare la tua fede nel sistema… e nel tuo portafoglio.Fila chilometrica. Gente ovunque. Un’aria che potresti tagliare con un coltello… ma rischieresti di colpire qualcuno in attesa da ieri.

Ore 8.00.Finalmente l’accettazione è fatta e inizia il secondo livello del videogame ospedaliero: attendere la OSS che ti porta al reparto. La scena è più o meno quella del check-in di un villaggio turistico, solo che qui la destinazione non è la piscina ma un bel letto con vista sulle flebo.

Ore 8.30.Terza tappa: corridoio d’attesa. Psicologicamente, sembra di partecipare a un reality show. La OSS compare a intervalli regolari, legge un nome e porta il “prescelto” verso la stanza. A ogni chiamata manca solo la musica di tensione: “Giovanni… la clinica ha deciso… di non nominarti ancora”.Gli ausiliari intanto sfrecciano con le barelle come in una Formula 1 ospedaliera. Lì capisci che il vero pericolo non è l’intervento, ma essere investito mentre cerchi di capire se il tuo nome è stato chiamato o hai avuto un’allucinazione da ansia.

Ore 8.45.Finalmente, come un miracolo natalizio, mi assegnano una stanza. Indosso il camice dell’eroe moderno: modello “gelo polare”, taglia “umiliazione universale”.

Ore 9.00.Arriva l'infermiera. Mi guarda. Si illumina.“E tu ancora qui stai? Io mi ricordo di te.”Ecco. Basta questa frase per farti dubitare della tua intera esistenza.Mi devo preoccupare? Essere l’indimenticabile del reparto è un premio o una maledizione?

Ore 9.30.Intanto l’ansia sale. Constante, puntuale, fedele. L’unico “servizio” davvero efficiente della sanità. E nel frattempo scrivo per eludere L'attesa e l'ansia.

“La pazienza in ospedale è una medicina amara… ma l’ironia è l’unico antidoto che funziona sempre.”

domenica 23 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°54 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°54 – Novembre 2025
“Tra trolley, schede elettorali e ansia sottovuoto: il pre-operatorio all’italiana”

Mancano pochissime ore, e mi sembra di preparare la valigia per un weekend romantico… solo che al posto delle candele profumate ci sono i blister dei medicinali, e invece di un vino rosso pregiato porto dietro il caricabatteria, perché in clinica senza telefono è come stare su un’isola deserta senza cibo e  acqua.
Il trolley è quasi pronto, anche se ogni volta che lo guardo ho l’impressione che si stia preparando lui psicologicamente più di me. 
I medicinali sono allineati come piccoli soldatini in parata, pronti a scandire il mio tempo meglio di un maestro d’orchestra ipocondriaco. 
Gli auricolari, i cavetti, le buste… tutto messo con la sacralità di chi sa che un filo USB dimenticato può generare più panico di un plot twist di Hitchcock.
C’è anche lei: l’ansia. Che, ovviamente, ho riposto in valigia. Piegata male, che spunta sempre fuori, come quella maglietta che non vuoi portare ma che finisce dentro comunque.
Gli ultimi controlli in casa sembravano la checklist di un astronauta prima del lancio: bollette pagate? Ok. Carburante auto? Ok. Piante? Rassegnate a cavarsela da sole. 
E alla fine mi ritrovo a guardare l’orologio: sono già le 14.
È il momento: devo andare a votare. 
Perché sì, posso avere metà corpo in modalità manutenzione straordinaria, ma il mio spirito democratico è ancora perfettamente funzionante. 
Ore 14:30: voto espresso. 
Missione compiuta. 
Con la solennità di chi sa che, anche con il ricovero alle porte, rinunciare al voto… mai.
Ora non resta che aspettare i risultati. 
Non quelli elettorali, quelli me li godrò in un letto di clinica, freschissimo di intervento, ma i miei. 
Quelli della vita reale, che contano davvero.
Incrociamo le dita, tutte, pure quelle dei piedi. E andiamo.

“La paura passa, il coraggio resta. E il voto, quello, è sempre la nostra firma sulla speranza.” 😉

📝 Diario di bordo n°53 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°53 – Novembre 2025
"Tra il voto e il bisturi: il mio lunedì che sa di coraggio".

Il fatidico giorno del ritorno in sala operatoria ormai mi fa ciao-ciao con la manina da dietro l’angolo.
Lunedì mattina la clinica mi aspetta per il ricovero, e quasi sicuramente, tempo di firmare due fogli, sorridere a un’infermiera e lamentarmi del distributore del caffè, mi ritroverò di nuovo sotto quelle luci bianche e fredde come il freezer del supermercato.
E che te lo dico a fare?
Sono un essere umano, non un supereroe della Marvel. 
Ho le mie debolezze, le mie paure, e al solo pensiero della sala operatoria mi si scombina l’orologio interno. 
Respiro corto, pensieri lunghi. La serenità, quella, oggi è in ferie.
Ma prima di entrare in clinica…
C’è un rito a cui non rinuncio. Un gesto che per me è dovere, identità, appartenenza. Il voto per le regionali.
Sì, proprio così.
Il giorno prima del ricovero, mentre molti si riposerebbero, io mi infilo la giacca, scendo, vado al seggio e faccio quello che ho fatto tutta la vita: partecipo. 
Il candidato Presidente? 
Dai, su, molti lo hanno già capito… non sono proprio un maestro del mistero.
Ma la cosa di cui sono più convinto è la scelta dei due candidati, un uomo e una donna, che sosterrò senza tentennamenti.
Perché, nonostante tutto, nonostante acciacchi, sale operatorie e una sanità che spesso ti mette alla prova più della vita stessa…
Io non perdo mai la speranza di incontrare le persone giuste sulla mia strada.
Quelle che sanno ascoltare, capire, fare. 
Quelle che non si spaventano del futuro, ma lo costruiscono.
E così, tra una valigia per la clinica e una scheda elettorale da infilare nell’urna, mi preparo a questo nuovo capitolo.
Con le mie paure sì, ma anche con la mia ostinata, meravigliosa testardaggine di cittadino.
In cammino. Sempre.

domenica 16 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°52 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°52 – Novembre 2025
“La saga delle compresse perdute”

Questa mattina, ho commesso un errore fatale: ho guardato l’angolo dei medicinali.
Non l’avessi mai fatto.
Mi sono ritrovato davanti una distesa sconfinata di scatole, un canyon farmaceutico che manco all’ingresso di Hogwarts quando Harry sceglie la bacchetta: solo che qui non c’è magia, ci sono blister.
Tanti blister.
Troppi blister.
Un esercito schierato in ordine sparso, pronto a urlarmi:
— “Pugliese, allineati e… inghiotti!”
Fino ad aprile ero un signore quasi elegante, ordinato, composto, con UNA sola missione farmacologica: la mia adorata pasticca per la pressione.
Una compagna discreta, puntuale, quasi affettuosa.
Poi è arrivato maggio.
E con maggio… il caos cosmico.
Da quel momento si sono materializzati:
la pillola per l’ospite indesiderato (che manco gli affittuari abusivi di Roma Centocelle), la compressa per i calcoli, quella per il fegato distrutto come il bilancio dello Stato, la capsula anti-colesterolo (che, a giudicare dai valori, il mio colesterolo teme solo i carri armati), più un set extra di rinforzi, bonus e DLC mattina/mezzogiorno/pomeriggio/sera e notte inoltrata.
Insomma: sono diventato un condominio abitato da farmacologia creativa.
Ormai non ho più orari, ho turni di lavoro:
alle 7 turno A,
alle 9 turno B,
alle 11 turno C,
alle 13 break della compressa con acqua,
alle 15 "spinta motivazionale epatica",
alle 17 "rinforzo tattico per la sopravvivenza",
alle 20 il “bombardamento finale serale”,
Alle 22 ed oltre, "il bacio della buonanotte."
E guai a sbagliarne una.
Se ne salto una, parte l’allarme stile centrale nucleare con la voce della mia coscienza che urla:
— “Scemo! Quella era quella per NON MORIRE PRIMA DELLA PROSSIMA!”
Ormai, quando entro in camera, ho la sensazione che le scatole mi salutino tutte in coro tipo assemblea di condominio:
— “Buongiorno signor Pugliese, oggi che problema affrontiamo?”
La verità, è una: la mia vita è stata sequestrata dai medicinali.
E, come nel miglior Fantozzi, non posso nemmeno ribellarmi, perché…
— “Pugliese, questa pastiglia è in ritardo di TRE MINUTI. Vada immediatamente a prenderla!”
Eppure, in mezzo a questo cabaret farmacologico, una cosa la penso davvero:
nonostante tutto questo teatro comico-tragico, sono ancora qui, in piedi, e continuo il mio cammino.
Ogni compressa, ogni esame, ogni giorno storto è solo un passo verso la ripresa.
E lo dico con sincerità, senza ironia: ce la farò.
E se inciampo, mi rialzo.
E se mi gira la testa, mi appoggio.
E se mi stanco, respiro.
Perché questa storia, non finisce qui.
E il prossimo capitolo, ne sono certo, sarà un po’ meno fantozziano… e un po’ più luminoso.

📝 Diario di bordo n°51 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°51 – Novembre 2025
“Lo Stato di diritto… al pronto soccorso”

Se ti ammali, devi curarti.
Fin qui tutto logico, direte voi.
Ma per curarti servono i soldi, perché se decidi di affidarti ai tempi della ASL, ti conviene farti scolpire direttamente nel marmo: almeno arrivi preparato all’eternità.
Se poi sei un pensionato, come me, in balia delle onde e delle carte bollate, allora è come remare in un mare in tempesta con un cucchiaino da caffè.

Ci hanno cresciuti a pane e “Stato di diritto”, ma ormai mi chiedo: diritto a cosa, esattamente?
Forse al diritto di fare la fila infinita, o al diritto di sopravvivere a suon di ticket, ricette, prenotazioni e controprenotazioni?
Altro che “servizio sanitario nazionale”… pare più un gioco dell’oca, con la differenza che se peschi la casella sbagliata rischi davvero grosso.

Intanto mancano 12 giorni all’intervento.
Dodici giorni in cui alterno la calma apparente alla voglia di urlare come un tifoso al 90esimo minuto.

Ah, dimenticavo la chicca: per entrare in clinica per operarmi, dovrò prima fare il tampone rapido immunofluorescenza Covid-19.
Mi raccomando, eh! Guai se non sei negativo!
Peccato che quando si va per il day hospital, invece, ci si ritrova tutti ammassati nei corridoi, gomito a gomito, con tossi, starnuti e acciacchi assortiti.
Ma sì, tranquilli… il virus, in ospedale, ha paura delle prenotazioni!

E allora rido, sì, per non prendermela troppo.
Ma dentro sento un misto di rabbia e amarezza, perché non dovrebbe andare così.
Curarsi dovrebbe essere un diritto, non un privilegio.
E la dignità, quella sì, dovrebbe essere gratuita. Sempre.

lunedì 10 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°50 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°50 – Novembre 2025
“È arrivata la chiamata”

L’attesa è finita.
O meglio… è iniziata un’altra attesa, quella che precede il giorno X.
Stavo quasi convincendomi che avessero perso il mio numero, quando, all’improvviso, il telefono squilla.
Numero sconosciuto.
Respiro profondo, rispondo.
— “Pronto, signor Pugliese?”
— “Sì, sono io. Mi dica.”
— “La chiamo dalla Clinica Carlo Fiorino, ex San Camillo. Il 24 novembre dovrà essere qui da noi per l’intervento…”
Eccola lì, la telefonata.
Quella che aspettavo e che, nello stesso tempo, speravo tardasse ancora un po’.
Il cuore fa un salto, poi un altro, poi inizia a battere come una banda di paese.
Lì per lì mi sono detto: “Bene, ci siamo.”
Cinque minuti dopo, invece, mi è salita l’ansia come il livello del mare durante una mareggiata.
Perché, diciamolo: la sala operatoria è un posto strano.
Fredda come un frigorifero industriale, luci accecanti, voci ovattate dietro le mascherine… e tu lì, disteso, mentre cerchi di convincerti che “andrà tutto bene”.
Non è proprio un resort.
Eppure, in mezzo a questo turbine di pensieri, mi sento anche più calmo.
Forse perché l’attesa peggiore è quella dell’incertezza.
Quando non sai quando, dove, come.
Ora almeno ho una data, un orizzonte, un punto fermo a cui guardare.
Mi preparo mentalmente, con la mia solita ironia e con la speranza che non mi abbandona mai.
So che sarà dura, ma so anche che la paura non deve vincere mai.
E che anche le sale operatorie più fredde, alla fine, si scaldano un po’ se ci porti dentro un cuore che non smette di battere forte. ❤️‍🔥

giovedì 6 novembre 2025

📝Diario di bordo n°49 – Novembre 2025

 📝Diario di bordo n°49 – Novembre 2025
“In attesa di una chiamata (che non arriva mai)”.

Sono passati diciotto giorni dal pre-ricovero.
Diciotto.
Che, tradotti in linguaggio umano, equivalgono a una piccola eternità.
La clinica tace.
Io aspetto.
Loro “chiameranno loro”, così mi è stato detto, con quel tono un po’ seccato, come se avessi disturbato l’ora del tè.
E io, da bravo cittadino educato e ancora ingenuamente fiducioso nel sistema sanitario, attendo.
Peccato che l’attesa logori.
Ti lascia sospeso come una marionetta con i fili molli.
Non puoi organizzare nulla, nemmeno una pizza con gli amici (o quasi), perché “non si sa mai, potrei essere chiamato da un momento all’altro”.
È come vivere in modalità “pausa”, ma con il cervello in modalità “ansia”.
E allora provo a distrarmi, ma niente.
Ogni squillo del telefono mi fa sobbalzare come se fosse la NASA che mi chiama per andare su Marte.
E invece niente.
È solo l’ennesima chiamata del call center che mi propone un’offerta “imperdibile” sulla fibra ottica.
Se sapessero dove vorrei mettergliela, la fibra…
Nel frattempo, mi sento un po’ prigioniero del tempo sospeso.
Quel limbo tra il “devi aspettare” e il “non ti preoccupare” che in realtà è la ricetta perfetta per preoccuparti di più.
E allora mi fermo, respiro, e cerco di ricordarmi una cosa: non sempre possiamo controllare i tempi della vita.
A volte dobbiamo solo sopportare la sosta, anche quando il motore interno brucia per ripartire.
Non è una bella sensazione, lo ammetto.
Ma forse anche l’attesa, se impari a guardarla da vicino, ti insegna qualcosa: la pazienza, la misura, e quella forza silenziosa di chi sa che, prima o poi, la chiamata arriverà.
E quando arriverà, io ci sarò.
Magari un po’ stanco, un po’ arrabbiato, ma pronto.
Perché certe battaglie si vincono così: non mollando nemmeno durante l’attesa.

lunedì 3 novembre 2025

🌙 Riflessioni di una notte qualunque.

🌙 Riflessioni di una notte qualunque.

Quanti di noi, come me, si affannano per far sì che tutto vada secondo le proprie aspettative?
Quanti si svegliano nel cuore della notte con i pensieri che corrono veloci, come cavalli impazziti, alla ricerca di una soluzione a tutti i problemi del giorno?
Ecco, questi siamo noi.
Quelli che non si arrendono mai, che vogliono aggiustare ogni cosa, rimettere in ordine il caos, far quadrare i conti anche quando la vita non torna mai del tutto.
Ci affanniamo, ci stanchiamo, ci logoriamo… e intanto dimentichiamo la cosa più semplice di tutte: non tutto può essere controllato.
La vita, spesso, ha un suo ritmo, un suo respiro, una sua logica che non chiede il nostro permesso.
A volte bisogna solo lasciarla andare, fidarsi, lasciarsi portare dalla corrente invece di remare sempre controvento.
Essere più leggeri non vuol dire fregarsene.
Vuol dire avere fiducia, nel tempo, nelle persone giuste, in noi stessi.
Vuol dire concedersi il lusso di non trovare subito la risposta, di dire “oggi non ce la faccio”, di respirare e basta.
Siamo quelli che pensano troppo, che sentono troppo, che amano troppo.
Ma forse, la vera forza sta nel lasciare che qualcosa resti sospeso, che non tutto sia definito, che la vita faccia il suo corso.

E tu? Riesci mai a lasciare andare un pò?

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026. “Promosso… con anestesia (si spera).” Eccomi qui, penultimo step di questo videogioco cl...